ZEN E INTENSIVO DI ILLUMINAZIONE

Zen e Intensivo di Illuminazione: ho studiato “I tre pilastri dello Zen” di Philip Kapleau, per tracciare le differenze, le similitudini e le uguaglianze tra questi due sistemi, a vantaggio di quei ricercatori che, interessati allo Zen, si imbattano nell’Intensivo di Illuminazione.

“I tre pilastri dello Zen” è ritenuto uno dei testi più validi per quanto riguarda la divulgazione dello Zen in occidente. Come si legge nella prefezione di Huston Smith: “… poichè io non ne conosco altre (di opere) che forniscano al lettore una comprensione così completa di ciò che è questo metodo (lo Zen)”. L’autore è un occidentale che “conosce lo Zen grazie ad un’appassionata pratica in Giappone durata tredici anni”.

Lo Zen e l’Intensivo di Illuminazione sono nati e si sono sviluppati in due epoche e contesti culturali molto differenti. Per questo motivo, sebbene il loro scopo sia identico, ognuno di essi è solitamente più adatto a coloro la cui mente si sia sviluppata in quello specifico contesto culturale.

Negli anni ’60 Charles Berner sviluppò l’Intensivo di Illuminazione a partire dall’esigenza di trovare un sistema più adatto agli occidentali, meno propensi ad un approccio devozionale e con una differente percezione e considerazione della dimensione tempo.

Lo scopo

Lo Zen e l’Intensivo di Illuminazione si accomunano per lo scopo.
Tale scopo è il Risveglio, Autorealizzazione, Illuminazione che dir si voglia.

Ne “I tre pilastri dello Zen” viene usata la stessa espressione che usiamo nell’Intensivo di Illuminazione per indicare tale scopo, cioè esperienza diretta: “lo Zen è un metodo per conseguire l’esperienza diretta delle affermazioni contenute negli insegnamenti del Buddhismo”.

L’Intensivo di Illuminazione è un metodo per conseguire l’esperienza diretta della Verità, qualunque essa sia.
Ovviamente, gli insegnamenti del Buddha furono a partire dalla sua propria diretta esperienza della Verità, così come gli insegnamenti di qualsiasi altro grande illuminato della storia. Nel cuore degli insegnamenti di tutte le grandi religioni, ritroviamo le stesse Verità espresse con parole diverse.

Perciò di fatto l’obbiettivo è lo stesso, sperimentare direttamente la Verità, cambia l’approccio. Nel caso dello Zen è un approccio connotato religiosamente. Nel caso dell’Intensivo di Illuminazione è un approccio aconfessionale.

Dogma e fede, oppure no

Un’importante differenza tra i due metodi è proprio questa. Nello Zen ciò che si tenta di sperimentare direttamente viene insegnato, costituisce i dogmi del Buddhismo nei confronti dei quali ai praticanti è richiesta la fede quale elemento essenziale per il raggiungimento dello scopo.
Nello stesso tempo viene ripetuto quanto sia inutile, anzi ostacolante all’Illuminazione, la conoscenza intellettuale degli insegnamenti, ciò nonostante la fede in essi è ritenuta fondamentale.

Nell’Intensivo di Illuminazione, proprio per evitare ulteriori ostacoli dovuti alle conoscenze intellettuali, non viene indicato alcun contenuto, alcun insegnamento, né è richiesta alcuna fede in un sistema di credenze.
Non diciamo: “quando sarai illuminato questo è ciò che sperimenterai”.
Invece diciamo: “sii aperto a sperimentare la Verità, qualunque essa sia”.

Connessione

Continuando rispetto alla fede in un sistema di credenza, ne “I tre pilastri dello Zen” si dice che “Al suo livello più profondo lo Zen, come ogni altra religione, trascende i suoi insegnamenti e le sue pratiche, ma allo stesso tempo non esiste senza di esse. Alcuni tentativi fatti in occidente di isolare lo Zen in una vacuità dell’intelletto hanno alimentato uno pseudo-Zen che è poco più di un passatempo mentale”.

Questo si comprende in base al fatto che per poter fare progressi reali abbiamo bisogno di connessione con qualcuno di reale. Di non essere isolati e persi nella nostra mente, situazione nella quale, appunto, tutto ciò che può accadere è un esercizio intellettuale.
Questo è un principio fondamentale, ed è lo stesso motivo, su un piano diverso, per cui ad esempio le psicoterapie funzionano: per la relazione col terapeuta, a prescindere dalla tecnica specifica.
Nessuna connessione, nessun progresso.

Per la maggior parte di noi è necessaria la connessione con un altro individuo, che sia presente fisicamente oppure no, ma che comunque sia per noi reale.
Per la maggior parte di noi il Divino è solo un concetto dell’intelletto, non qualcosa di reale, per questo motivo abbiamo bisogno di un tramite.
Alcuni individui particolarmente evoluti invece, hanno sviluppato una così profonda consapevolezza del Divino per cui Esso e la connessione con Esso sono diventati qualcosa di assolutamente reale, e per questo possono ritirarsi a meditare da soli in una grotta, senza comunque essere isolati.

I partecipanti all’Intensivo di Illuminazione, a differenza dei praticanti Zen, di solito non hanno quella connessione profonda con il maestro (spesso appena conosciuto in occasione dell’Intensivo) o con un sistema di credenze (che connette al capostipite di quel sistema, come nel caso del Buddha), ma si ottiene lo stesso scopo attraverso il contatto con gli altri partecipanti nelle diadi e il contatto col maestro dell’Intensivo di Illuminazione, fortemente presente durante tutta la pratica.
Nel corso dei tre giorni, grazie al processo di purificazione fisica, emotiva e mentale e all’apertura sempre maggiore dei partecipanti, tale contatto arriva ad essere estremante profondo fino alla non infrequente percezione di Dio nell’altro.

La pratica: Zazen e Tecnica dell’Intensivo di Illuminazione

“Lo Zazen, cioè la pratica dello stare seduti, è il cuore dello Zen e viene considerata la porta d’entrata alla liberazione totale: ponendo in ordine e immobilizzando piedi, gambe, mani, braccia, torace, e capo, regolando il respiro, tacitando i pensieri e unificando la mente mediante speciali metodi di concentrazione, coltivando un profondo silenzio nei più intimi recessi della mente, si crea la condizione necessaria perché l’Illuminazione possa accadere.
In tutto questo viene indicato dai maestri come fondamentale sedere con gratitudine verso il Buddha e fede incrollabile nel fatto che il sedere come il Buddha un giorno culminerà nell’Illuminazione.
La schiena curva priva la mente della sua tensione così che essa viene subito invasa da pensieri e immagini mentre una schiena eretta rafforza la concentrazione e fa diminuire l’incidenza dei pensieri erranti sollecitando così il Samadhi. E inversamente quando la mente diviene libera dai pensieri, la schiena tende a erigersi da sè senza sforzo cosciente.
Questa importantissima posizione eretta e la corrispondente tensione mentale viene mantenuta più facilmente e più a lungo se le gambe si trovano nella posizione del loto o del mezzo loto. Cioè poiché il corpo costituisce l’aspetto materiale della mente, riunire le membra, unificare il corpo porta all’unificazione della mente. Per queste ragioni lo Zen ha seguito il modo di sedersi del Buddha come la via più diretta e pratica per conseguire la vacuità mentale e di conseguenza l’Illuminazione.
Tuttavia ciò che alla fine assicura il successo non è una posizione particolare, ma l’intenso desiderio di pura verità, il solo che permetta di sedersi regolarmente e di portare a compimento le incombenze di tutti i giorni con devozione e chiara consapevolezza”.

Nello Zen quindi viene richiesta una fortissima volontà, per riuscire a mantenere la posizione del corpo e la concentrazione della mente che alla lunga portano al vuoto mentale, condizione ottimale perché l’esperienza diretta possa accadere.

Nell’Intensivo di Illuminazione non diciamo alle persone in quale posizione stare o come respirare o come pensare, ma otteniamo il vuoto mentale attraverso il processo che avviene nell’applicare la tecnica.
La tecnica dell’Intensivo di Illuminazione include la contemplazione della domanda (o koan, ad esempio “Chi Sono io?”) e la comunicazione di qualunque cosa accada come risultato della contemplazione. Attraverso la comunicazione dei risultati della contemplazione, gradualmente la mente si svuota. E allora la schiena diventa dritta senza sforzo, la capacità di concentrazione diventa forte, e l’Illuminazione possibile.
Dunque la comunicazione e, attraverso di essa l’espressione di sé, è l’elemento che fondamentalmente differenzia le due pratiche.

Anche rispetto al contatto, come detto sopra, le due pratiche differiscono. Ma senza contatto, senza connessione, nessun progresso è possibile, e di fatto nello zen la connessione col maestro e con i patriarchi svolge quella funzione. Quindi, seppure nell’Intensivo di Illuminazione il contatto è costantemente con un altro in carne ed ossa, e per questo motivo è più reale per il livello medio di consapevolezza delle persone, e come conseguenza di ciò il processo è molto veloce, non si può dire che nello zen manchi questo elemento (e di fatto se mancasse nessun progresso sarebbe possibile).
Invece la comunicazione nella pratica Zen è pressoché trascurabile, sì riduce ai rapidi dokusan col maestro, che non hanno comunque lo scopo riconosciuto di permettere all’individuo di esprimere sé, semmai quello di rafforzare la connessione col maestro.

Nell’Intensivo di Illuminazione la comunicazione è l’elemento centrale della tecnica, che sostituisce l’elemento centrale della pratica zen, cioè il controllo della posizione del corpo e della concentrazione della mente.

Per quanto riguarda intenzione ed apertura, che sono gli altri due punti costituenti la tecnica dell’Intensivo di Illuminazione, le ritroviamo nella pratica zen indicate come intenso desiderio oppure invincibile determinazione per la prima, e come devozione per la seconda. Entrambe considerate essenziali per il raggiungimento dell’Illuminazione.

Precetti Buddhisti e regole dell’Intensivo di Illuminazione

“Lo Zazen separato da una vita disciplinata basata sull’osservanza dei precetti buddhisti non può essere che debole e malsicuro. Anche se in realtà il loro senso non può essere inteso come verità viva se non dopo una lunga e costante pratica. Soltanto grazie alla piena Illuminazione si può distinguere il bene dal male e mediante il potere dello Zazen trasferire questa saggezza in azioni quotidiane”.

Le regole dell’Intensivo di Illuminazione svolgono la stessa funzione dei precetti buddhisti. Senza etica pare non sia possibile l’evoluzione. E di fatto, grazie al rispetto delle regole dell’Intensivo di Illuminazione (cioè trattandosi gli uni con gli altri in modo etico e praticando la restrizione rispetto a cibo, sesso, distrazioni) si crea la condizione necessaria affinché il processo possa avvenire.

Come accade nello Zen, anche nell’Intensivo di Illuminazione, quelle regole all’inizio vengono seguite per imposizione esterna. Ma con la pratica (che porta apertura, amore, contatto profondo, consapevolezza), ancor di più con l’Illuminazione, e ancora di più continuando il cammino e avendo esperienze sempre più profonde, quelle stesse regole vengono comprese dall’individuo, applicate per libera scelta e integrate gradualmente nella vita quotidiana.

Profondità delle esperienze ed integrazione nella vita

“Il Satori sia che consista in una fugace apparizione sia che consista in una visione chiara e profonda, è soltanto la prima intuizione della Verità. E lo si può estendere mediante lo Zazen per evitare che la visione della Verità conseguita nell’Illuminazione divenga col tempo nebulosa e resti un piacevole ricordo invece che una realtà onnipresente nella vita di tutti i giorni. Lo Zazen più che un mezzo per l’Illuminazione è la realizzazione della Verità. L’esperienza del Risveglio è improvvisa, ma la sua integrazione nella vita è graduale”.

Lo stesso vediamo accadere ai partecipanti dell’Intensivo di Illuminazione. Un solo Intensivo, anche se viene conseguita l’Illuminazione, rimane una bella esperienza e quella stessa Illuminazione diventa col tempo un bel ricordo (anche se rimane nella consapevolezza dell’individuo come un seme pronto a germogliare).
Perché abbia luogo una profonda trasformazione, perché la vita di un individuo e l’individuo stesso diventino la realizzazione della Verità, è necessaria una pratica costante, è necessaria una scelta in questa direzione da parte dell’individuo.
Non accade da sé, e può accadere solo grazie all’applicazione continuativa e costante della pratica. Che nel caso dell’Intensivo di Illuminazione consiste nel partecipare regolarmente nel corso degli anni a diversi Intensivi e nel vivere sempre di più la vita di tutti i giorni a partire dalle Illuminazioni avute, portando sempre più nella quotidianità etica, moderazione, Verità.

Continuando con gli Intensivi di Illuminazione, la pratica stessa e lo scopo diventano una cosa sola: la contemplazione, l’applicazione della tecnica, l’abbandonarsi al formato dell’Intensivo e al contatto con l’Altro, esprimere sé attraverso la comunicazione, diventano appaganti in sé stessi. Ed è come se non ci fosse più alcuno scopo a cui tendere, è pura contemplazione, è “Essere”.

Nel seguente passaggio viene espresso lo stesso concetto: “Il veicolo supremo è il culmine e il coronamento dello Zen Buddhista. È l’espressione della Vita Assoluta, della vita nella sua forma più pura. Implica l’assenza di ogni sforzo per raggiungere il Satori o ogni altro oggetto. In questa pratica suprema mezzo e fine si fondono ci si mette a sedere nella ferma convinzione che lo Zazen è la realizzazione della natura individuale immacolata.”

Zen e Intensivo di Illuminazione: due vie per la Verità

Per quanto riguarda i resoconti delle esperienze dirette della Verità, non ho trovato nulla di differente dai resoconti che conosco dagli Intensivi di Illuminazione.
Sono esperienze dirette della Verità, e questo è tutto.
Non importa quale strada si percorra per arrivarci. Come dice Charles Berner, l’ideatore dell’Intensivo di Illuminazione, non esiste un’Illuminazione rossa, una bianca e una verde.
Esiste solo l’esperienza diretta della Verità!
Siamo su questa strada, in questa ricerca che ci accomuna tutti, indipendentemente dalla cultura, dalla tecnica e dall’epoca. E questo è grandioso.


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